La Torre Civica

Al Piano Terra
Siamo nel cuore del Castello medievale, sotto la torre principale, detta anche “torre davanti”,  e sopra l’antica porta franca, che si apriva verso est, verso la città fondatrice: Treviso, che con la creazione di Castelfranco  aveva voluto erigere un solido baluardo al suo estremo confine ovest, per contrastare le ambizioni espansionistiche di Padova e degli Scaligeri.
Castelfranco, infatti per tutto il Medioevo è terra di confine, e fronteggia oltre il Muson il baluardo padovano di Cittadella, sorta pochi decenni dopo, proprio come risposta dei Carraresi all’iniziativa del Comune di Treviso.
Per circa due secoli Castelfranco è al centro di eventi bellici cruenti, che la vedono assediata numerose volte, e cadere in mano al feroce Ezzelino da Romano nel 1246, e poi nel 1329 a Cane della Scala, signore di Verona, e ancora nel 1339 alla Serenissima, alla quale tornerà definitivamente dopo una breve conquista  nel 1380 da parte dei Carreresi.
Segni di queste vicende caratterizzano ancora la torre, come le effigi dei Carraresi, affrescate sulla vola della porta, e poi i segni della lunga dominazione veneziana, che inizia con la sopraelevazione della torre e la costruzione della cupoletta, e proseguono  con la sistemazione del Leone alato e con del grande orologio, voluti dal Podestà Pietro Gradenigo nel 1499. 
La Torre Civica è alta 43 metri ed  era anche il cuore del cosiddetto “Girone”, di cui avete attraversato uno dei cortili sopraelevati per entrare, che era una sorta di castello nel castello: un sistema fortificato voluto nel 1246 da Ezzelino da Romano per rafforzare le difese e per garantire la massima sicurezza a chi deteneva il potere in città.
Guardando la torre dall’esterno, a sinistra alloggiava infatti la massima autorità cittadina, mentre a destra si trovava la caserma della guarnigione che sorvegliava le porte, presidiava le torri di avvistamento e percorreva i cammini di ronda. La casetta che ancora oggi fronteggia la torre sul lato interno del castello fungeva da collegamento tra le due parti.
Quella botola è ciò che rimane della caditoia, dalla quale in caso di assalto si inondavano di olio bollente le truppe nemiche. Era una vita dura quelli degli abitanti del castello, tant’è che l’aspettativa di vita non superava che raramente i trent’anni…
 
All’ultimo piano
Siamo all’ultimo piano della Torre civica. Sopra di noi, oggi, sta la sopraelevazione della Torre Civica, voluta dai veneziani nel Trecento, e oggetto di ripetuti rifacimenti.  Un tempo questo piano era aperto all’esterno, come le altre torri, e dotato di merlature, ed era un luogo di guardia e di avvistamento.
Da qui armigeri come me scrutavano l’orizzonte per scorgere le minacce in arrivo. Se vi affacciate alle finestre potrete vedere sotto di noi ai due lati, i camminamenti di guardia e le altre torri laterali.
Ma se guardate verso l’esterno del Castello, verso Borgo Treviso, con un po’ di fantasia potete immaginare  la struttura difensiva dell’antico Castello, che era assai più complessa di quanto oggi si possa immaginare e che era stata studiata per rendere più difficoltosa l’azione degli assalitori e quindi l’uso della macchine d’assedio e delle artiglierie a leva, ovvero catapulte, mangani e trabucchi, che dovevano essere mantenuti il più possibile lontani dalle mura.
I fossati erano ben più larghi degli attuali, e misuravano dai 21 ai 25 metri, il che faceva del castello una vera e propria isola attraversata da ponti levatoi. Di fronte, la cortina di case che ancora oggi si vede e che porta il nome di Bastia vecchia e nuova, costituiva un ostacolo artificiale oltre il quale si ergeva un terrapieno e un’ampia fascia di terreno libero, denominato “cerchia”; infine il secondo fossato, detto appunto fossato della cerchia, che corrisponde oggi al corso del Musonello. Oltre non c’era più nulla, solo campagna, mentre se guardiamo a destra intravvediamo il campanile della Pieve, che col suo piccolo borgo preesisteva a Castelfranco e ne costituisce il nucleo orginario.
A ridosso delle mura, alte circa 17 metri e larghe alla base 3, costruite su di un alto terrapieno preesistente (d’età romana o addirittura pre romana) , c’era la cosiddetta “fratta”, ovvero una fitta siepe di rovi, che doveva  frenare ulteriormente l’impeto degli assalitori.
Una grande macchina da guerra, che si animava ogni qualvolta da questa torre si elevava un grido di allarme, e che soltanto l’invenzione delle armi da fuoco rese alla fine inutile, tramutando le mura nel simbolo della nascente città.
 

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